Testimonianze Orali

Barbara Marton Farkas descrive la marcia della morte dal campo di Gross-Rosen, in Germania

Barbara nacque nella provincia di Arad, nella Transilvania del Nord, in Romania. Da bambina frequentò regolarmente la scuola, fino a quando l'esercito ungherese non occupò la zona, nel 1940, e non le fu quindi proibito continuare a studiare. Dopo l'occupazione dell'Ungheria da parte dei Tedeschi, nel 1944, la discriminazione contro gli Ebrei si intensificò. Barbara e gli altri membri della sua famiglia vennero obbligati a trasferirsi nel ghetto di Oradea, dove lei lavorò nell'ospedale fino a quando venne deportata ad Auschwitz. Qui, Barbara lavorò nelle cucine e riuscì così a procurarsi regolarmente del cibo extra. Venne poi deportata in un altro campo e più tardi obbligata a unirsi a una marcia della morte, fino a quando, verso la fine della guerra, non venne liberata dalla Croce Rossa. Dopo la fine del conflitto, Barbara tornò ad Arad, dove lavorò come biochimica.

Testo

Durante la notte cominciammo a sentire strani rumori, di tutti i tipi: aeroplani, spari, eccetera. Poi ci dissero che i Russi si stavano avvicinando sempre di più. Allora cominciarono ad evacuare le baracche e ci obbligarono a partire, a piedi. Non mi ricordo esattamente il posto dove ci portarono, ma era un altro lager dove c'era già un buon numero di persone; così presero anche loro, le unirono al nostro gruppo e poi continuammo la marcia. Eravamo come una specie di palla di neve che rotolando aumenta di grandezza: alla fine eravamo proprio tanti, non so quanti, forse mille. E da quel giorno, dalla fine di febbraio fino alla fine di aprile, tutto quello che facemmo fu marciare, per due mesi... anzi, più di due mesi. Non facevamo che andare da un posto all'altro, a piedi, poi in treno; e ogni tanto scendevamo dal treno e mangiavamo l'erba dei campi... ma niente acqua. Così cominciammo ad avere tanti, ma proprio tanti pidocchi perché, ovvio, se non c'era acqua da bere non ce n'era neanche per lavarsi. Una notte eravamo nel vagone, con la porta bloccata e sentimmo le SS, fuori, che dicevano: "Il Führer è morto, il Führer è morto". E noi... noi ascoltavamo ma non sapevamo di quale Führer parlassero; perché c'era il comandante del campo, che era un Führer, e poi c'era l'altro Führer... Hitler.


  • US Holocaust Memorial Museum Collection
Informazioni dall'archivio

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